IMMUNI/ Se la gratuità dell’App non può essere il primo criterio di scelta

Si sta discutendo molto di Immuni, ma poco viene detto sul fatto che la gratuità dell’applicazione non dovrebbe essere il primo criterio di scelta

GIANFRANCO D’ATRI

Il Governo ha selezionato IMMUNI quale piattaforma software per gestire i flussi informativi relativi agli spostamenti, ai contatti e agli stati di salute degli italiani quale strumento di riduzione del rischio epidemologico.

Al di là dell’opacità del meccanismo di selezione fra le centinaia di proposte inviate alla call ministeriale e di applicazioni adottate autonomamente da regioni e citttà, sta ponendo interrogativi l’opzione costo zero che pare giustifichi la decisione di non fissare criteri, tempi e modalità d’utilizzo all’interno di un regolare bando pubblico.

L’asserita gratuità delle applicazioni software proposte come strumenti di tracciamento, e invero, di qualsiasi soluzione tecnologica, biomedica o organizzativa, adatta a superare la crisi pandemica è il punto di maggior criticità nell’adozione della stessa. Non dobbiamo confondere la necessità o opportunità di non avviare speculazioni commerciali, di moltiplicazione dei costi e di accaparramenti illegittimi, con il riconoscimento del giusto prezzo a ogni attività onestamente svolta e corrispondente al pieno utilizzo del bene ceduto.

Certo le aziende e gli uomini che le gestiscono possono rinunciare al profitto sulla fornitura o, per trasparenza, contribuire con una donazione esplicita proporzionale ai loro redditi o patrimoni. Ma perché al cavallo donato non si dovrebbe guardare in bocca, quando, in particolare nel mondo digitale, il valore dell’animale è legato ad altri fattori. In particolare i dati, e il loro utilizzo incontrollato, o la dipendenza indotta da prodotti monopolistici, come quelli di Google per la ricerca e la geolocalizzazione, sono un bene primario, anche se la lezione del compianto garante della privacy Stefano Rodotà sembra dimenticata.

La sfera sanitaria, fino a oggi, appare ancora essere considerata riservata e “umana”. Possiamo decidere di cedere le informazioni relative al nostro corpo – il dove, il quando, il come – per ottenere aiuto, assistenza – e cura? -, ma prima dobbiamo essere consapevoli di cosa stiamo cedendo e quanto valorizziamo ciò che ci viene dato in cambio.

Possiamo anche essere costretti nello stato di necessità ad accettare un cavallo perché è la nostra unica speranza di attraversare un guado, come hanno, senza possibilità di scelta, fatto quanti si sono sottoposti ai trattamenti sperimentali offerti “gratuitamente” dalle grandi case farmaceutiche. Le stesse hanno così evitato gli ingenti costi e le lungaggini della sperimentazione. Ma se il problema sono i costi – e le applicazioni software costano, in ricerca e sviluppo, se affrontano tutti i problemi, incluso la trasparenza e la privacy -, perché i decisori non affrontano correttamente il problema dell’acquisizione di una soluzione valida, della quale si possano trattare limiti, obiettivi e contrattare le modalità d’uso? Le “mascherine” e i ventilatori vengono forse ceduti gratuitamente dai produttori?

Il tema dei limiti dell’applicazione IMMUNI e di altre simili merita un approfondimento tecnico e sociale che qualcuno ha avviato, ma dobbiamo subito rifiutare l’idea della donazione o della scelta emergenziale che giustifica qualsiasi cosa. Ed essendo tutti sulla stessa barca, molti remano insieme, ma qualcuno pensa che siamo troppi sulla scialuppa e sia quindi meglio fare spazio.

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L’articolo di Gianfranco d’Atri è altresì disponibile sul quotidiano ilsussidiario.net al seguente link:

IMMUNI/ Se la gratuità dell’App non può essere il primo criterio di scelta

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