SPILLO/ I veri conti che mettono in crisi il Recovery fund

Si parla tanto delle risorse del Recovery fund, ma l’Italia potrebbe più proficuamente lavorare su altre per averne un beneficio importante

 

GIANFRANCO D’ATRI

 

 

Pinocchio si era convinto che le monete d’oro crescessero su un albero dopo averle piantate, e già prefigurava gli acquisti che avrebbe potuto effettuare l’indomani. La favola rappresenta allo stesso tempo l’ingenuità del burattino e l’astuzia perversa del Gatto e della Volpe. Noi sorridiamo nel rileggerla, senza sentirci nei panni di uno dei due compari e nemmeno di Pinocchio: ci è chiaro che le monete non possono crescere come frutti! Eppure, le vicende economiche e politiche dell’Italia di oggi hanno alterato la comprensione della realtà.

Al posto delle monete d’oro ci sono i miliardi di euro, ma miliardo è un numero, euro è un nome: quello unitario è la monetina dorata che abbiamo in tasca, tangibile, ed è chiaro che, messa in un vaso, non cresce; invece, se è citato a miliardi, sembra che possa moltiplicarsi senza nemmeno attendere l’alba.

È diventato facile sognare i ristori, le opere, gli ospedali e tant’altro. Il giardino d’Europa ci fornisce Recovery e Mes, e subito immaginiamo miliardi di monete che piovono dal cielo, in quantità infinita e di metallo prezioso. Questa illusione collettiva ha determinato una crisi di governo e la chiamata di un salvatore: è l’occasione di una vita, non possiamo perderla.

Che alle singole persone servano monetine reali per continuare a vivere e non semplici unità di conto è evidente, ma quante ne distribuisce l’albero della cuccagna? Nella migliore delle ipotesi 300 miliardi in 5 anni per i circa 60 milioni di italiani: 1.000 euro a testa all’anno. Non vi sembrano pochi per essere l’occasione della vostra vita, anche se venissero distribuiti in maniera da finire direttamente nelle vostre tasche?

Non conosciamo i dettagli del programma operativo di Draghi, ma non potrà certamente modificare la matematica: è la somma che fa il totale, disse Totò. Proviamo pertanto a comparare gli addendi con le grandezze economiche che meriterebbero l’interessamento dei tanti responsabili:

– 125 miliardi è il valore odierno dell’oro (2.000 euro pro capite) della Banca d’Italia;

– 70 miliardi sono il costo complessivo dei derivati stipulati dallo Stato italiano, che stiamo pagando con nuovo debito;

– 150 miliardi è la ricchezza detenuta all’estero e non dichiarata dagli italiani;

– 110 miliardi all’anno rappresentano, secondo il rapporto del Dipartimento del del Tesoro, il tax gap , ovvero l’entità dell’evasione fiscale;

– 100 miliardi all’anno sfuggono a tassazione legittimamente, secondo lo stesso documento, per l’applicazione dei parametri fiscali standard.

A fronte di questi alberi da soldi che, se sapientemente coltivati, o potati, potrebbero fornire risorse stabili nel tempo e non ridurci a questuanti, abbiamo il debito pubblico che comporta una spesa per interessi di 60 miliardi annui (1.000 euro a testa, diciamo). Ma chi, e come, gestisce il debito pubblico?

La trasparenza dell’attività dell’omonima direzione del Tesoro non è stata e non sembra essere proporzionata alla rilevanza economica delle risorse coinvolte. Ancora oggi non è stata chiarita la gestione passata dei derivati. Ad esempio, la Corte dei Conti ha recentemente ripreso il processo per il contratto con Morgan Stanley nei confronti di Cannata, La Via, Grillo e Siniscalchi per la loro attività al Tesoro. Anche nel caso di condanna, ormai improbabile sotto il Governo dell’ex Direttore generale del Tesoro, difficilmente la somma persa verrebbe recuperata, ma forse troverebbe ulteriore conferma la gestione, quantomeno inadeguata, da parte di super tecnici in mancanza di regole e controlli adeguati.

Sarebbe opportuno, anche, che qualcuno spiegasse almeno come viene gestita la Tesoreria: obiettivi, regole e algoritmi. Ad esempio, ad agosto 2020 presentava un saldo di ben 100 miliardi, poi ridotti a soli 40 a dicembre e di nuovo riportato a 75 a gennaio. Così facendo, apparentemente il debito pubblico al 31 dicembre è risultato sotto la soglia di 2.600 miliardi, comunicata in questi giorni come raggiunta. La riduzione dei tassi d’interesse ne rende meno rilevante l’onere, ma la sua dimensione consente di gestire un importante flusso di commissioni e di marginalità. 

L’illusione popolare che i miliardi si creino dal nulla e che basti indebitare lo Stato per avere risorse illimitate renderà impossibile rendersi conto che i cittadini italiani stanno rinviando ai loro figli l’onere di pagare i debiti, o rimanere indebitati e, quindi, vincolati.

All’alba, Pinocchio scoprì di avere le tasche vuote e di aver perso le monetine, noi scopriremo che, oltre a essere rimasti senza tasche, durante la notte centinaia di responsabili e patrioti hanno sapientemente, per loro, incanalato e raccolto le monetine europee: poche per molti ma molte per pochi, come avevano capito il Gatto e la Volpe.

P.S.: Draghi, nella qualità di presidente della Bce, aveva argomentato sull’impossibilità assoluta di utilizzare l’oro di Banca d’Italia, da considerarsi solo in principio “nostro”. Così aveva affermato il leghista Borghi. Oggi, entrambi nella qualità di co-governanti del Paese, possono riaprire la discussione?

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L’articolo di Gianfranco d’Atri è altresì disponibile sul quotidiano ilsussidiario.net al seguente link:

SPILLO/ I veri conti che mettono in crisi il Recovery fund

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