Risolviamo l’emergenza migranti grazie alla Blockchain

JACOPO BERTI

Entriamo in un supermercato, prendiamo dagli scaffali quello che ci serve, arriviamo alla cassa, bip, bip, bip… e nessuno ci chiede soldi.

Ci viene chiesto invece di aprire bene gli occhi per un controllo della retina, passato il quale si può uscire con le buste. Amazon go? No, un campo profughi!

Benvenuti a Zaatari in Giordania, nel supermercato di uno dei più grandi campi profughi al mondo che ospita 75.000 persone.

È il “World Food Programme Building Blocks” che permette di pagare attraverso “eye-pay”un sistema di riconoscimento della retina per la redistribuzione degli aiuti umanitari.

Questo è uno dei primi utilizzi della blockchain per gli aiuti umanitari. Lasciando che una macchina scansionasse il suo iride, il cliente/profugo ha confermato la sua identità su di un database tradizionale delle Nazioni Unite, che ha interrogato una variante della blockchain Ethereum dal Programma Alimentare Mondiale (WFP) e ha saldato il conto senza aprire il portafoglio.

Questo programma facilita il WFP nel distribuire aiuti in denaro e cibo a più di 100.000 rifugiati siriani in Giordania. Entro la fine di quest’anno, il programma coprirà tutti i 500.000 rifugiati del Paese, molti di più rispetto ai circa 150mila che sbarcano ogni anno in Italia, potrebbe quindi essere molto utile anche da noi.

Building Blocks nasce dalla necessità di risparmiare denaro. Il WFP aiuta a sfamare 80 milioni di persone in tutto il mondo, ma dal 2009 l’organizzazione si è spostata dalla distribuzione di cibo al trasferimento di denaro a persone che hanno bisogno di cibo. Tuttavia la collaborazione con le banche locali stava portando enormi sprechi: le tasse di transazione su 1,3 miliardi di dollari di aiuti erano di decine e decine di milioni di dollari, tutti soldi che finivano alle banche invece che ai rifugiati.

Grazie alla blockchain c’è stata una riduzione del 98% di questi costi!

Il risparmio è dovuto alla disintermediazione, la capacità di saltare ogni intermediario tra il WFP ed il profugo.

Ma le banche non sono le uniche a speculare sugli immigrati. Come sappiamo bene nel nostro Paese, ad arricchirsi con questo business sono anche cooperative disoneste che ospitano gli immigrati.

Grazie alla blockchain possiamo eliminare gli intermediari inutili, costosi e gli anelli di una lunga catena che crea spazi per il malaffare. Niente più giri di denaro, niente più favori di politici ed amministratori locali conniventi, niente più mafia che ci guadagna.

Dobbiamo smetterla di dare soldi alle persone che comprano cibo quando possiamo dare il cibo direttamente alle persone, e grazie alla blockchain possiamo farlo in modo trasparente, sicuro e inalterabile.

Un esempio? In Finlandia, dal 2015 MONI, una start-up Blockchain, collabora con il Servizio Immigrazione Finlandese, fornendo a ogni rifugiato del paese una MasterCard prepagata supportata da un numero di identità digitale memorizzato su una Blockchain. Anche senza il passaporto necessario per aprire un conto bancario finlandese, un conto MONI permette ai rifugiati di ricevere benefici direttamente dal governo. Il sistema permette anche ai rifugiati di ottenere prestiti da persone che li conoscono e si fidano di loro, aiutandoli a costruire storie di credito rudimentali che potrebbero permettere di ottenere prestiti istituzionali per il futuro.

La carta viene data a tutti i richiedenti asilo in Finlandia, in modo che usino il denaro, senza intermediazioni e solo per gli scopi preposti.

Tutti i dati della gestione dei migranti saranno così pubblici e tracciati, non modificabili ed immediatamente verificabili.

IDENTITÀ DIGITALE

Le soluzioni basate sulla blockchain fanno però molto di più che risparmiare denaro e prevenire i furti.

Affrontano un problema centrale in qualsiasi crisi umanitaria: come far entrare in un sistema finanziario e giuridico persone prive di documenti d’identità governativi o di un conto bancario, se questi sono i prerequisiti per ottenere un lavoro e vivere una vita sicura?

Questa tecnologia basata su un sistema sicuro di conservazione dei dati permette di creare un portafoglio digitale, con lo storico delle transazioni del rifugiato nel campo, il suo ID governativo e l’accesso ai conti finanziari, tutto in un unico posto.

Con un tale portafoglio digitale, quando il migrante lascia il campo può entrare molto più facilmente nell’economia mondiale. Un semplice portafoglio virtuale, da comunicare al datore di lavoro, in cui depositare la sua paga; dallo stesso portafoglio digitale un agente di frontiera può controllare la sua identità, che viene confermata dalle Nazioni Unite, dal governo del suo Paese, e dalle altre istituzioni umanitarie.

Un tale portafoglio, oltre che dalla scansione della retina, può essere più semplicemente accessibile dallo smartphone e consente al rifugiato – come a chiunque altro – di portare i propri dati dalla Siria alla Giordania e oltre, effettuando il backup online in forma crittografata.

Questo ovviamente elimina il caos dei documenti. Grazie all’identità digitale possiamo risolvere il problema dei passaporti, dei permessi e di tutte le carte per ottenere la quali, a causa della burocrazia, servono mesi. Ma anche il riconoscimento del suo status di rifugiato diventa immediato.

Il tema dei rimpatri poi verrebbe immediatamente gestito in modo molto più efficace, perché sapremo subito la storia dei migranti e la loro provenienza.

Oggi abbiamo 1,1 miliardi di persone che non hanno un’anagrafe in grado di garantire riconoscimento e che di fatto non permettono ai paesi ospitanti di ricostruire la provenienza né tutelare i diritti di queste persone.

È un tema cruciale e per questo grandi società come Microsoft ed Accenture si stanno muovendo in supporto a questo progetto lanciato dalle Nazioni Unite, chiamato ID2020. Il futuro è tracciato, tocca a noi renderlo realtà.

Cambiamo paradigma dunque. Finché vedremo l’immigrazione come un problema le cui uniche soluzioni sono muri e blocchi navali non lo risolveremo mai veramente. Anzi, ne creeremo di maggiori come stiamo vedendo in questi giorni.

Soluzioni come quelle di cui vi ho parlato oggi permettono invece di affrontare le sfide dei nostri tempi con speranza, migliorando la vita di milioni di persone, garantendo legalità e sicurezza.

Ciò di cui vi ho parlato esiste già, come potete vedere dalle storie citate. La tecnologia può migliorare subito la qualità della vita di tutti noi, abbattendo i costi e distruggendo la corruzione.

La domanda è: c’è la volontà di risolvere il problema della gestione dei migranti, o si preferisce alimentarlo per un tornaconto personale? Facendo conoscere a quanti più italiani possibile queste soluzioni, potremo portare ancora una volta un grande cambiamento basato sull’informazione e sull’uso intelligente della rete.

 

© Riproduzione Riservata.

 

L’articolo di Jacopo Berti è altresì disponibile al seguente indirizzo: “Risolviamo l’emergenza migranti grazie alla Blockchain”

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