BITCOIN/ Bolla, rischi e gli errori comuni sulle criptovalute

Si parla molto di Bitcoin e delle altre criptovalute, ma forse non si è capito bene il loro potenziale e il perché non si può parlare di una bolla.

GIANFRANCO D’ATRI

 

Seicento miliardi di dollari di capitalizzazione delle cosiddette criptovalute sono molti o pochi? Alcuni milioni di indirizzi unici nella rete – attenzione non persone fisiche differenti – sono molti o pochi? 120 dollari per un solo centesimo di bitcoin – per chi non lo sapesse, la moneta virtuale può essere divisa persino in miliardesimi di miliardesimi! – rappresentano ancora l’inizio o la fine del fenomeno? Dopo l’ennesima altalena di valori che ha fatto parlare i giornali di crollo e di fine del fenomeno dell’economia e della finanza decentralizzate, ci ritroviamo di fronte a un mercato di oggetti digitali che solo quattro anni fa era inesistente e ancora in estate rappresentava meno di 100 miliardi di dollari. Al momento la maggior parte degli utilizzatori di queste monete e di questi token – così vengono definite le quote digitali delle iniziative proposte a questo nuovo mercato globale – non fa altro che scambiarli fra loro e con quelli che, volendo entrare nel giro, sono disposti a pagare in moneta corrente e a prezzi al momento mediamente sempre crescenti. Questo avviene per ora nell’aspettativa di un facile guadagno e senza interrogarsi sulla funzionalità della monete acquisite. Il mercato prezza questo desiderio di accumulo e di costruzione di un sistema alternativo per lo scambio nella misura che abbiamo indicato. Chi scrive è convinto – ma non esistono strumenti di analisi e valutazione oggettivi da poter illustrare – che il picco non sia stato raggiunto, così come evidentemente sono convinti alcuni milioni di persone distribuite sui vari sistemi di scambio che non diminuiscono la loro esposizione da alcuni anni. Il crollo dei valori dei giorni scorsi è caratteristico dell’estrema variabilità di un mercato non regolamentato, diffuso a livello globale e funzionante senza pause di riflessione 24 ore su 24. Aggiungo poi che si tratta infine di un mercato ancora piccolo rispetto alle dimensioni della finanza globale, che da qualche mese ha iniziato a introdurre i vizi dei derivati e la vendita di prodotti artificiali costruiti per facilitare la speculazione. È d’obbligo precisare che questo mio intervento non è un consiglio per l’acquisto, ma anche che ignorare o sottovalutare il fenomeno è un errore cruciale. Ancor di più semplicemente parlare di bolla. Innanzitutto la bolla finanziaria può riguardare il valore dell’uno o dell’altro token: ad esempio, il bitcoin potrebbe essere abbandonato a favore di una nuova moneta, con caratteristiche di maggior affidabilità o di fiducia, ma difficilmente l’insieme complessivo delle ormai migliaia di token potrebbe scomparire o ridimensionarsi drasticamente. Il secondo motivo è che la tecnologia diffusasi grazie a queste monete virtuali, quella della Blockchain, non è stata ancora pienamente sviluppata e introdotta nelle attività reali: sono ancora moltissime le idee e pochissime le applicazioni operative e diffuse fra le imprese, siano esse finanziarie o industriali. Anche per queste idee, che comunque stanno raccogliendo centinaia di milioni di dollari di finanziamenti, vale il beneficio del dubbio sul loro successo; ma, alcune fra queste supereranno le fasi di startup e diverranno entità funzionali – non necessariamente aziende o società nel senso abituale. In questo panorama innovativo, la lentezza burocratica, legislativa, progettuale degli organi dello Stato e dei soggetti politici, che potrebbero sperimentare o direttamente sviluppare soluzioni innovative di larga portata è assolutamente inaccettabile. Già in confronto con le iniziative, normative e di incentivo o di controllo, di alcuni Stati europei – fra questi la Svizzera e la Estonia -, in Italia siamo ai blocchi di partenza. Se poi si pensa a quanto si stanno preparando a fare Maduro in Venezuela e Kim Jong-un in Nord Corea, la nostra impreparazione ad affrontare il futuro è preoccupante. Sfortunatamente, anche le aziende sembrano, in Italia, reticenti ad affrontare l’innovazione in attesa che altri facciano gli investimenti e solo timidamente avviano progetti sperimentali. Ancora peggio da parte delle autorità di controllo: l’ex presidente Consob ha lasciato la carica segnalando i pericoli nell’investire in valute virtuali in quanto non affidabili. Ovviamente, non ha pensato di fare una comparazione con l’affidabilità degli investimenti in borsa : non mi pare che avesse mai segnalato, per esempio, che il valore delle azioni del Monte dei Paschi o delle varie banche popolari fallite costituisse una potenziale bolla e un rischio per i risparmiatori. Almeno per l’Italia, possiamo provare a rispondere ai quesiti iniziali e affermare che risulta provato che è meno rischioso investire in criptovalute che in titoli sui quali viene esercitato il controllo di Banca d’Italia e di Consob.

 

© Riproduzione riservata.

 

L’articolo di Gianfranco d’Atri è altresì disponibile sul quotidiano ilsussidiario.net al seguente link:

BITCOIN & CO./ La forza della blockchain e la resa delle banche centrali

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